L’opera, fin dal titolo, è incentrata sul concetto del nome. Il nome racchiude la storia e l’identità della persona: nel nome di una persona è concentrato l’essere e l’essenza dell’individuo.
Così come accade nel topos della magia, dove chi conosce il nome del drago o del demone può controllarlo e averlo al suo servizio, anche in quest’opera la conoscenza del nome del proprio interlocutore comporta di avere su di lui il potere di vita e di morte.

Le grandi masse popolari rappresentate dal coro e anche la maggior parte dei servitori della Città Proibita di Pechino sono privi di nome, e infatti sono solo oggetti nelle mani dei pochissimi potenti.
Il re Timur, il re tartaro spodestato, è l’ombra di un uomo, raffigurato al pari di un mendicante; il suo nome deve essere nascosto affinché i nemici cinesi che lo hanno scacciato in passato e che ancora lo cercano per ucciderlo, non lo possano riconoscere. La sua vita è completamente dipendente da una serva, Liu, che lo accudisce in virtù dell’amore che prova verso il giovane principe Calef, figlio di Timur; il suo amore è scaturito da un semplice sorriso che Calef le ha rivolto un giorno a palazzo. In questo atto cortese del principe verso la serva non c’era alcuna malizia né alcun interesse, a riprova del fatto che un semplice atto di gentilezza può dare vita a grandi legami.

Il re Timur porta, di certo non a caso, lo stesso nome del famoso condottiero turco, di origini tartare, Tamerlano (Muhammad Shuja Uddin Tīmūr Barlas), vissuto tra il 1336 e il 1405, colui che dopo Gengis Khan ha ricostruito l’immenso impero mongolo-tartaro dall’estremo oriente dell’Asia fino alle porte dell’Europa.

L’Imperatore della Cina, il Figlio del Cielo, non viene mai chiamato per nome nell’opera, anche se, dalle versioni precedenti della storia di Turandot a cui Puccini si è ispirato, sappiamo che il suo nome è Altoum. Questa scelta dell’autore di mantenere il mistero sul nome della più alta carica presente in questa storia, è perfettamente in linea con il principio magico succitato, e serve infatti per preservare intatto il potere e l’autorità universali dell’Imperatore su sudditi e regno.

La principessa Turandot, conosciuta e famosa in tutto il mondo per la sua bellezza e la sua purezza, si lega segretamente nel suo intimo alla sua defunta ava, la principessa Lou-Ling, facendola rivivere in se stessa. La principessa Lou-Ling era “la principessa dalla chiara voce che regnava silenziosa sulla Cina” (significativo ossimoro scelto con maestria dai librettisti Adami e Simoni) ai tempi dell’invasione da parte del re dei Tartari. Racconta la storia che il condottiero tartaro, anch’esso senza nome, ma caratterizzato dall’appellativo “re delle sette bandiere”, prese il controllo della capitale cinese e diede il via a una nuova dinastia cinese-tartara (probabilmente la dinastia Liao dei Tartari Khitan 907-1169, oppure la dinastia Jin dei Tartari Nuchen 1115-1260, nella Cina del nord e dell’ovest) spegnendo per sempre la voce della principessa. Turandot, ancora carica di risentimento verso gli stranieri a causa di quei sanguinosi eventi di cui si sente animicamente partecipe, decide di sottoporre ogni suo pretendente alla prova di tre indovinelli che, se non superata, porterà alla morte per decapitazione.

I tre ministri dell’impero sono Ping, Pang e Pong. Hanno nomi che sono al limite del credibile; tali nomi sono necessari per il ruolo che rivestono, e rappresentano delle non-identità, che si elevano dalla massa, ma rimangono comunque dei burattini. Nella scena a loro dedicata, infatti, sospirano un dolce ritiro nelle rispettive città natali per sfuggire alla triste vita di corte.

Anche tutti i principi sconfitti vengono ricordati solo attraverso le loro caratteristiche e non per nome: ad esempio ecco “l’indiano gemmato”, per sottolineare la sua ricchezza, o il “tartaro dall’arco di sei cubiti”, per ricordare la sua straordinaria statura. Lo stratagemma letterario di Adami e Simoni di citare gli aspiranti al trono (tra)passati, serve a rafforzare la figura e l’archetipo dell’eroe che, avvicinandosi alla prova, vede di fronte a sé i miserabili resti e le insegne di coloro che prima di lui hanno fallito nella stessa impresa. Questa situazione si ritrova tipicamente nei racconti medievali, ove il cavaliere si avventura nel castello della principessa, tenuta prigioniera dal terribile drago. Lungo la strada egli trova i corpi senza vita e le armi di chi lo ha preceduto e ha fallito; ciò nonostante avanza intrepido, perché in cuor suo sa che andrà incontro al trionfo. Nel racconto il nostro eroe vince sempre secondo la regola letteraria del lieto fine; pertanto, durante la narrazione della sua impresa, occorre in qualche modo lasciare dei rimandi degli altri innumerevoli eroi precedenti che sono stati sconfitti e le cui singole avventure sono per sempre taciute.

Il principe Calaf affronta dapprima la prova della convinzione: tutti coloro che lo circondano lo sconsigliano di intraprendere l’ardua impresa e lo frenano nel suo spericolato intento, ma lui è sicuro della vittoria e si ripete che di certo trionferà su ogni difficoltà. L’oggetto stesso del desiderio gli viene quindi negato: a lui è ripetuto che Turandot non esiste (negazione del sè) e che addirittura l’amore stesso non esiste. Infine è ammonito che, se il suo desiderio è soltanto quello di un corpo fisico, potrebbe averne cento piuttosto che cercare la morte inseguendo la fredda principessa; egli potrebbe circondarsi di dozzine di corpi reali invece che perdersi dietro un corpo ideale che non esiste (negazione dell’io). Cedere durante questa prima prova equivarrebbe al perdere il proprio senso sel sè e dell’io, rinunciando a essere un individuo, per confondersi nella massa informe dei tanti che sono vivi ma non vivono, coloro che non hanno un nome.
Dopo che il principe avrà vinto la sfida dei tre indovinelli, la principessa Turandot, nel tentativo di non sposarlo, chiederà ai suoi ministri di corromperlo ancora offrendo a Calaf corpi di altre donne e immense ricchezze, questa volta concreti e reali, ma a questo punto, dopo la vittoria, il tentativo di corruzione è disperato: l’esistenza di tali corpi è anonima se comparata con quella della principessa già conquistata ed è quindi per Calaf molto facile rifiutare.

Gli indovinelli di Turandot sono scenicamente tratti dalle vestigia della principessa Lou-Ling, per evidenziare che è l’ava a imporre tale condotta. Dopo due indovinelli tradizionali, il terzo e risolutivo riguarda proprio il nome, quel nome che è ma non è ancora, quel nome che se detto garantisce il potere, il potere assoluto non solo sulla persona, ma sul regno intero. Il nome di Turandot è ovviamente noto a tutti, ma bisogna riconoscerlo nella sua forma di “risposta”: così come la chiave dello scrigno del tesoro deve combaciare con la giusta serratura per accedere alla ricchezza, anche questo nome deve essere ricordato e ricondotto al suo proprietario, per liberarlo dall’incantesimo di possessione che lo lega a un passato ormai concluso, in questo caso specifico per permettere a Turandot di essere finalmente regina e non solo principessa.

Il cambiamento, tuttavia, non è facile: la principessa Turandot è posseduta dallo spirito vendicativo della sua ava Lou-Ling che le richiede continui sacrifici mortali a causa del suo rancore. Lou-Ling non ha la minima intenzione di accettare la sconfitta; da uno spirito ottenebrato, d’altra parte, non ci si può certo attendere il rispetto delle regole dell’onore: la pazienza e il rispetto sono attributi necessari solo di un guerriero di luce.

La principessa Turandot (posseduta ancora dallo spirito dell’ava) si mostra capricciosa e invoca tutti i poteri e le ragioni per ritrarsi dal suo giuramento, mentre il principe Calaf accoglie mite la sua paura, accettando di far passare la buia notte senza reclamare il suo premio. Lui stesso lascia un’ulteriore possibilità di fuga a Turandot: se ella durante la notte scoprirà il nome del principe, egli sarà in suo potere e la principessa sarà libera di ucciderlo. Ecco un’altra metafora dell’ultima sfida tra Bene e Male nella quale l’oscurità (Lou-Ling), già padrona del campo (Lou-Ling regna e comanda attraverso Turandot), combatte per la conquista dello spirito dell’uomo puro (Calaf).

Turandot si lancia nella ricerca del nome del principe, mettendo in campo tutte le sue risorse; muove i suoi servi, e nessun mezzo sarà trascurato. Darà il peggio di sè proprio ora che è sconfitta, e continuerà a invocare corruzione e sacrificio. Alla superbia del potere spietato, tuttavia, si contrapporrà l’umile amore di una serva, Liù, ultima custode nel mondo oscuro del vero nome del principe, e proprio Liù si offrirà volontaria a tutte le torture e infine sacrificherà la sua stessa vita pur di non tradirlo. Così Lou-Ling attraverso Turandot richiederà fino all’alba altre torture e sacrifici, questa volta persino di un animo puro e innocente come quello della serva Liù, non più soltanto dei temerari pretendenti che ambivano alla conquista della mano della principessa della Cina.

Il cuore congelato di Turandot non sembra pertanto vacillare e il principe Calaf, che cerca l’amore e non la vittoria, le porge infine il suo ultimo dono: si sacrifica virtualmente a lei svelandogli il suo nome prima dell’alba, sottomettendosi completamente alla principessa, rinunciando con questo atto ai diritti, alla ragione e alla vita.

Stremate da quest’ultimo gesto di remissione di Calaf, le barriere erette dalla principessa crollano e in un attimo ella si riveste d’amore. Attenzione: la vittoria finale dell’amore non va data affatto per scontata! Tentare quest’ultima via, a discapito della propria vita, per Calaf era l’unico tentativo rimasto. Di fronte al dolore e alla durezza di un cuore congelato è necessario donare e donare ancora; fino a quando si avrà ancora qualcosa da donare servirà darl, almeno se l’obbiettivo che si persegue è l’amore. Calef non ha donato solo la sua vita a Turandot, gli ha donato il suo io e il suo amore, e Amor ch’a nullo amato amar perdona.

Lucio

P.S.
Per vedere l’intera opera con sottotitoli consiglio questa versione: